mercoledì 21 settembre 2016

Alta Via dei Monti Liguri - Intro



L’abbiamo sempre saputo, fin dai tempi della scuola, che quella forma ad arco che ha la Liguria nelle carte geografiche, contiene in sé una metafora, come se bastasse tenderlo per poi scagliare frecce in ogni direzione. Il mare che la bagna interamente e i monti che la cingono per tutto il suo confine ne racchiudono ogni spazio. Non ci sono vie di mezzo, non c’è pianura, ma solo piccoli pianori, sottratti ai colli dall’opera dell’uomo, per strappare qualche frutto in più ad una terra così avara, come per tradizione sono definiti anche i suoi abitanti.
In questa regione franosa, sostenuta fin dall’antichità dal lavoro umano, si mescolano storia e civiltà di un popolo guerriero e navigatore. Generatrice di esploratori per eccellenza, ma mai abbastanza esplorata nei suoi anfratti più intimi.
Ecco che l’Alta Via dei Monti Liguri, per me, assume un interesse particolare, il primo tratto di quell’immensa cerniera chiamata Appennino, che ogni tanto si smuove appena sotto la sua superficie, lasciando ferite troppo profonde da risanare.
Anche questa volta ho iniziato dall’ultimo tratto, per ritornare al principio di un cammino che spero avrò il tempo di completare. Il Levante Ligure, dal Passo del Bocco all’entroterra spezzino, ha accolto i miei passi erranti, ancora una volta su confini tra terre un tempo contese e custodi di storie ai più sconosciute.
Qui, dove dalle alture si può ammirare il volo di un rapace ed al tempo stesso vedere sullo sfondo il colore azzurro del mare solcato da scie d’imbarcazioni, o ancora imbattersi casualmente nei lupi, inizia e finisce il percorso di chi non si sente mai abbastanza stanco per non rimettersi lo zaino in spalla. Come diceva Calvino di quella specie dei Liguri, “quelli che per casa hanno il mondo e dovunque siano si trovano come a casa loro” ma che comunque “tornano e restano attaccati al loro paese”, così sento di essere anch’io.

giovedì 30 giugno 2016

Via degli Dei 2016, on the road again




1. Via degli Dei al contrario (FI-BO), da Fiesole a Bàdolo (Sasso Marconi), settembre 2007 – giugno 2016.

Ho saldato il mio debito con questo cammino, il primo "vero" intrapreso, di una serie che spero continuerà. Allora il tempo inclemente fermò i miei passi sulle pendici dell'Appennino bolognese. Ora ho completato il percorso arrivando fino a Badolo. Come un filo spezzato, ho riannodato il pezzo che mancava a quelli che già c’erano.
Sotto un sole cocente, la magia della Futa e dei suoi antichi selciati si è di nuovo svelata ai miei occhi; poi il declivio collinare emiliano si è infranto sul contrafforte pliocenico del monte Adone.
Mentre camminavo, mi sono imbattuto in una spirale di ricordi della mia infanzia, che mi hanno fatto commuovere: c’era mio nonno che mi portava nel bosco sopra Lastra a Signa, insegnandomi il nome degli alberi e delle piante che incontravamo; c’ero io, bambino attento, anche se non abbastanza conscio del fatto che quei momenti non sarebbero mai più tornati. Un attimo fuggente che mi ha permesso di rivivere momenti nascosti nei recessi della memoria, cosa che può accadere soltanto quando sei in cammino, solo con i tuoi pensieri.

 
2. Bologna è una regola

Capita spesso che un motivo che ascolti per caso ti entri in testa come un refrain che non riesci più a stoppare. A me è capitato anche con il pezzo omonimo di Luca Carboni, che parla di Bologna, capo estremo della Via degli Dei, in cui è unita all’altro capolinea, Firenze.
Andare a Bologna, oggi, può essere davvero una regola semplice e facile, basta avere i soldi del biglietto. Hanno costruito la ferrovia ad alta velocità, come una linea di una metropolitana sotterranea, per minimizzare i tempi di percorrenza. Le Frecce impiegano circa 35 minuti per coprire l’intera tratta.
A piedi ci vogliono almeno 5 giorni, in cui devi muovere di continuo i tuoi piedi dal mattino alla sera, con tempi minimi di pausa, se non vuoi rischiare di dormire sotto le stelle e magari mangiare i resti del tuo pranzo al sacco.
Non esiste paragone, però, tra una serie pressoché ininterrotta di gallerie e le meraviglie della natura in superficie. Anche se il paesaggio è stato modificato, adattato nel tempo, resta sempre un grandissimo spettacolo di colori e profumi diversi. E’ qualcosa che si riesce a stento a descrivere, tante sono le sfumature che passano davanti agli occhi.
Mi viene da dire che Bologna non è una regola, ma che devi conquistartela, sudartela tutta lungo strade polverose o di asfalto rovente o piene di mota in cui si rischia di affondare, farti scorrere addosso tutto il sole ed il vento che c’è. Che devi sopportare il peso dello zaino e gli scarponi che ti fanno male e la salita che ti spezza il fiato fino alla successiva discesa.
Forse però, non è solo Bologna, ma tutto il viaggio che può diventare molto più di una regola, anche se io ancora non ho capito come si fa.

Grazie a Lucia, Luigi e Stefania, i miei stupendi amici "scoppiati", che hanno reso possibile questo mio desiderio.

mercoledì 8 giugno 2016

Passaggio a nordovest


Via degli Abati 2016 – da Borgotaro a Bobbio, 90 km in 4 giorni.


Intro
“Non verbis sed herbis redeunt in corpora vires” dicevano gli antichi: questo è un adagio adatto per i camminatori. I tuoi recenti studi ti hanno reso più consapevole su quanto l’Uomo, nei secoli precedenti le scoperte della chimica, abbia imparato a guarire i propri simili dalle malattie servendosi dei doni della Natura. Anche il cammino in sé, ha delle proprietà curative.
Un nuovo viaggio a piedi, dopo quelli già intrapresi qualche anno fa, vi ha fatto riscoprire l’attenzione ai particolari della pianificazione ed alla preparazione dello zaino. Anche alla condivisione con gli altri amici, quelli che comunque sarebbero rimasti a casa (per vari motivi). La Via degli Abati è una sorta di passaggio a nordovest dei tempi del medioevo, la strada seguita dagli Abati dell’Abbazia di San Colombano, fondata dal santo pellegrino di origini irlandesi, su espressa indicazione del re longobardo Agilulfo. Gli Abati la percorrevano per andare a Roma a prendere l’investitura papale; voi la farete solo per passione, per scoprire da vicino un altro tratto di appennino ignoto, di questa Italia che cela nel profondo dei boschi e delle valli i segni di una civiltà ai più ancora sconosciuta.
Un po’ la colpa è anche di Guido, l’amico pellegrino che è coautore di una guida molto dettagliata di questa antica via, che ti ha fatto venire voglia di partire di nuovo e lasciare tutto per qualche giorno. In realtà, non è così, perché porti con te i tuoi cari, nei tuoi pensieri. Così stasera ti addormenterai pensando che domani, alla partenza, i vostri amici e parenti saranno lì, in fila, a darvi il loro: “Buona strada!”


1. Borgotaro – Bardi (30 e -non ti passa- più chilometri)
Camminare, scrivere, ma anche stringere nuove amicizie. E’ bello farlo in queste occasioni, quando la fatica cementa le emozioni vissute insieme, più di ogni altra forza.
Il pensiero, stamani alla partenza, è andato a Fabrizio: era inevitabile. Lo rivedi spesso al tuo fianco, mentre salite per il bosco e ti racconta della sua passione per i dipinti e gli oggetti d’antiquariato che non sa più dove mettere, con i quali ha riempito perfino la casa di sua madre. Avevi accennato anche a lui del progetto della Via degli Abati; forse sarebbe venuto volentieri, con quel suo parlare gentile, da gran signore, un compagno molto discreto. Se n’è andato, ormai un anno fa, senza neanche poterlo salutare. E mentre ti chiedi ancora com’è possibile che sia successo tutto così in fretta, lo immagini con la sua espressione sorridente e un po’ burlona, fermo lungo il cammino mentre si cambia la camicia sudata. Non un pellegrino immaginario e nemmeno uno strano sconosciuto che vi si affiancherà. Sarà il vostro quarto compagno di cammino, quello invisibile agli occhi, ma non al cuore.

2. Bardi – Groppallo (21 Km di strada benedetta)
Dopo la scarpinata piena di saliscendi di ieri, i segni della fatica sono impressi anche sulle tue clavicole, marchiate dagli spallacci troppo rigidi del tuo zaino. Non delle vere e proprie stimmate, ma qualcosa che assomiglia ad un piccolo segnale di devozione verso chi ha creato la meraviglia dei posti in cui state passando. Ad ogni curva sbuca un tabernacolo, una chiesetta, addirittura una specie di piccola Lourdes, tutto in onore della Madre di Dio. Accendete un cero, con la speranza, forse un po’ troppo pagana, di avere una buona sorte.
Certi paesini assomigliano molto, almeno nelle abitazioni, ad alcuni luoghi toscani ben conosciuti, come Campotizzoro o Piteglio. Ti vengono in mente alcuni brani di un libro che di recente hai avuto modo di leggere. E’ stato scritto da un viaggiatore inglese che, alla fine dell’800, con la sua famiglia, ha fatto una vacanza nell’Appennino pistoiese e l’ha riportata in forma di diario. In particolare, condividi con lui questo passaggio:“ We have begun to realize that we are indeed living in the mountains, and the spirit of the Apennines enters into our hearths day by day…Truly it is a wondrous life in the mountains.” Quando sei in strada da qualche giorno, ti senti totalmente immerso nei luoghi in cui passi, come il vecchio Buendìa lo era nel suo albero. Che lo spirito dell’Appennino sia con voi!

3. Groppallo – Mareto (18 chilometri into the wild)
Perdersi nel bosco in un tratto della via (Francigena bis)? Sembrerebbe impossibile, ma a voi è successo. Anche di doversi attaccare al Gps dello smartphone per cercare la traccia del sentiero, oppure usare il più tradizionale carta e bussola, sono tutti espedienti insoliti per questa via. Così come doversi aprire il sentiero tra boschi e prati in fiore (così cari ad un animo sensibile come il vostro, tipico di quelli con la rinite allergica). Sono le incognite del cammino, quelle che lo rendono più intrigante e che vi fanno sentire più “into the wild” che mai. E perché non festeggiare San Luigi (in anticipo) in una trattoria a Farini?
Dopo tutta quella discesa, siete risaliti con ascese mozzafiato, senza pause. Sotto Bolderoni, in mezzo a campi pieni di grilli che cantano, guardandovi dietro le spalle, potete vedere lontano, come un miraggio, il cocuzzolo di Groppallo con la sua chiesa, che, come un faro in mezzo al mare, ha guidato i vostri passi in fuga verso l’altro monte, la Sella dei Generali, che raggiungerete domattina.

4. Mareto – Bobbio (22 chilometri finali)
Hai sempre pensato che i ponti fossero un mezzo di comunicazione tra i popoli, un segno di civiltà che resiste ad ogni evento. Se cadono, si ricostruiscono, ma di là si deve passare, comunque. Oggi, quando eri sul Ponte Gobbo, sotto l’effigie di San Colombano, hai pensato a quanti lo hanno attraversato prima di te, ed a quanto lo faranno d’ora in poi. “Panta rei” diceva Eraclito, non puoi bagnarti mai nella stessa acqua che scorre sotto il ponte. Se ci sono ponti, sotto, quasi sempre, scorrono dei fiumi.
La Via degli Abati potrebbe essere definita anche la Via dei Fiumi. Se ne attraversano molti lungo il cammino. Avete passato il Taro alla partenza e a tarda sera siete arrivati al Ceno, superato subito prima di Bardi. Dopo, il Nure a Farini, con i recenti segni del disastro ben visibili dal ponte, e avete guadato, non senza difficoltà, il Lobbia. Per ultimo avete scavalcato il Trebbia, prima di entrare a Bobbio. Guardando l'acqua che scorreva sotto di te, dalle arcate del Ponte Gobbo, così antico e irregolare, hai visto il tumulto delle onde che, come i tuoi sentimenti, stava portando via con sé tutte le emozioni vissute in questi giorni.

martedì 8 settembre 2015



Le Variazioni Federer



 


Che cos’hanno in comune Glenn Gould e Roger Federer? Probabilmente quasi nulla, se non la caratteristica fondamentale di essere, o essere stati, in simbiosi con la Perfezione assoluta.
Ricordo di aver letto qualche tempo fa il libro “Il soccombente” di Thomas Bernhard in cui i protagonisti sono l’autore stesso ed il compagno di studi pianistici Wertheimer, che hanno la (s)fortuna di incontrare sulla loro strada nientemeno che Glenn Gould, un ragazzone canadese che suona da dio le Variazioni Goldberg e L’Arte della Fuga di Bach. Suonava così bene, già al corso di perfezionamento a Salisburgo con Horowitz (“meglio di Horowitz stesso”), che in realtà non aveva bisogno di alcun perfezionamento.

Scrive Bernhard: “Probabilmente, se non avessi conosciuto Glenn Gould, non avrei abbandonato il pianoforte e sarei diventato un virtuoso del pianoforte, forse addirittura uno dei migliori virtuosi del mondo, pensai nella locanda. Se incontriamo il primo di tutti, dobbiamo rinunciare, pensai.”

Gould suonava solo Bach, tutto il resto era come se non esistesse. Eseguiva le Variazioni Goldberg ad una velocità pazzesca: le Variatio 1 e 2 sono dei capolavori a se stanti, una cascata di suoni saettanti, come fossero avulsi dal tema dell’Aria, così grave e solenne, ancora più esasperata, se possibile, dall’esecuzione gouldiana.
I due compagni di corso sono annichiliti dal talento del canadese:
“Mio caro soccombente, fu il saluto di Glenn a Wertheimer, con tipico sangue freddo americano-canadese Glenn sempre aveva definito Wertheimer come soccombente, riservando a me un semplice e secco filosofo, che mi lasciava del tutto indifferente.”

Il libro inizia con una definizione di fallimento:
Un suicidio lungamente premeditato, pensai, non un atto repentino di disperazione. Anche Glenn Gould, il nostro amico e il più importante virtuoso del pianoforte di questo secolo, è arrivato soltanto a cinquantun anni, pensai mentre entravo nella locanda.
Solo che non si è tolto la vita come Wertheimer, ma è morto, come si suoI dire, di morte naturale.”

In realtà i suicidi in quest’opera sono due: il primo, quello fisico, da parte di Wertheimer, che si toglie la vita per non poter essere in grado di suonare il pianoforte dopo aver ascoltato Gould; il secondo, quello artistico, dell’autore del libro, che, anche lui vinto dall’impossibilità di competere con l’arte del canadese, regala il suo Steinway ad una bambina di 9 anni, figlia di un insegnante di una cittadina austriaca.
 “Non Horowitz, pensai, ma Glenn aveva ucciso sia in me sia in Wertheimer tutto ciò che aveva a che fare col virtuosismo pianistico e, in definitiva, con la musica in generale. Glenn ci ha reso impossibile il virtuosismo pianistico in un'epoca nella quale noi due credevamo ancora fermamente nel nostro virtuosismo pianistico.”

Come non pensare ad un'altra fine, ad un altro suicidio, molto probabilmente anch’esso a lungo premeditato, quello di David Foster Wallace, grande scrittore americano della nuova generazione (quasi mio coetaneo).
DFW è morto suicida, impiccato come Wertheimer. Un suicidio annunciato, hanno detto, probabilmente prevedibile, come quello di Wertheimer che, come ha scritto Bernhard, non poteva sopportare l’idea di aver perso Glenn Gould, colui che lo aveva già fatto soccombere una volta.

Wallace è l’autore di un libro, divenuto recentemente famoso, intitolato “Roger Federer as Religiuos Experience”, nato da un reportage da lui scritto sul campione elvetico nell’agosto del 2006. In questo articolo, DFW crea il concetto di “Federer moments”, cioè di quei momenti in cui:
…la mascella scende giù, gli occhi si proiettano in avanti ed emetti suoni che inducono il coniuge nell’altra stanza a venire a vedere se ti è successo qualcosa e che sono “ancora più intensi se hai abbastanza esperienza diretta di gioco da comprendere l’impossibilità di quanto gli hai appena visto fare”.
Anche Roger, come Glenn, esegue i suoi pezzi ad una velocità impressionante, impossibile anche per i suoi colleghi più bravi. Per lui il tempo di gioco si dilata in un lampo sospeso in cui trova il modo di posizionarsi ed eseguire il colpo con la maggior precisione e forza possibile, tale da non lasciare scampo a nessuno.
La spiegazione delle abilità di RF come attributi metafisici che ci ha dato DFW, ricorda molto da vicino certe descrizioni di carattere mistico-filosofico di tradizione europea, che non ti aspetteresti da un americano postmoderno.

È l’antico dilemma tra Forza e Debolezza, tra Perfezione ed Imperfezione, tra Vittoria e Sconfitta che si ripropone. Ma se per Wertheimer e DFW è chiaro ciò che ha prevalso, non altrettanto lo è per Gould, che comunque si era ritirato precocemente dall’attività concertistica per esibirsi di fronte a se stesso, nella sua casa americana, lasciando solo alle registrazioni su disco i contatti con l’esterno. E’ come se si fosse ribellato alla Bellezza assoluta della sua Arte, che gli aveva permesso di essere il “numero uno” dei virtuosi del pianoforte. Un isolamento che prelude comunque ad una fine prematura.

Ancora di Gould ci dice Bernhard: “Glenn, che ancora oggi tutti credono fosse un uomo di debolissima costituzione, era invece un tipo atletico. Raggricciato sulla tastiera dello Steinway, sembrava uno storpio, ed è così che lo conosce tutto il mondo musicale, ma questo mondo è stato vittima di un inganno totale, pensai. Sempre e dovunque Glenn è rappresentato come uno storpio e come un debole, come l'uomo tutto spirito per eccellenza, al quale non si può attribuire altro che la deformità e con questa deformità, poiché con essa fa tutt'uno, una grande ipersensibilità, mentre Glenn in effetti era un tipo atletico, assai più forte di Wertheimer e di me messi insieme”. Ma questo non bastò a proteggerlo da un ictus fulminante che lo colpì mentre suonava Bach.

Roger, in questo, non gli assomiglia (per nostra fortuna). Anzi, perfetto nel suo stile, sembra che si diverta ancora ad inventare nuovi colpi, sempre più sensazionali, nuovi “Federer moments” per estasiare gli appassionati. Ad un’età in cui molti suoi colleghi cominciano a pensare al ritiro, lui è ancora nel pieno della sua vita agonistica. La demivolee, colpo prettamente difensivo, che diventa una nuova arma per sorprendere l’avversario sulla risposta alla seconda di servizio, non è che l’ultimo esempio della sua Arte.
In un’intervista rilasciata alla stampa, Roger ricorda come sia importante l'amore per la letteratura di David Foster Wallace, lo scrittore americano suicidatosi di recente: "Ho fatto con lui a Wimbledon un'intervista di mezz'ora, una delle più strane che abbia mai fatto. Mentre me ne andavo ero lì che mi chiedevo ancora di cosa avessimo parlato. Mi ha molto colpito il suo suicidio. Spero, sono sicuro che non sia stato a causa mia... Artisti come lui hanno ideali di un livello troppo alto, che spesso non reggono, purtroppo, il confronto con la vita. Lui ha scritto un saggio meraviglioso su di me. Anche grazie a lui il mondo è per me un posto migliore".
O come le paure: "Mi fa paura l'idea di paracadutarmi nel vuoto. E poi ho terrore dei serpenti e dei ragni". "La musica è importante. Mi piace ascoltarla, specie quando guido. Da ragazzo suonavo il pianoforte.”
RF cambia lo stile delle sue interpretazioni tennistiche come fossero delle Variazioni sul tema di un’aria. I suoi colpi escono con un’imprevedibilità assoluta, sottratti alle leggi della fisica. Però nella musica di RF c’è molto più Mozart che Bach. Forse è qui la risposta alla diversità delle storie che abbiamo finora intrecciato.
Alla fine, si potrebbe azzardare un’espressione matematica, che si adatterebbe al tema della nostra dissertazione su questi personaggi, di cui RF è l’unico rappresentante ancora vivente:

Wertheimer (e il “filosofo” Bernhard) stanno a Glenn Gould, come David Foster Wallace sta a Roger Federer.

Che sia stato anche Wallace un filosofico “soccombente”? Sicuramente la sensibilità di entrambi i suicidi li ha resi impotenti di fronte all’inafferrabile Perfezione; troppo vulnerabili alla sua estrema prorompenza, ne sono stati travolti.

sabato 3 dicembre 2011

Notte a Dobbiaco




Era una bellissima notte, l’aria fresca e asciutta scendeva dai monti come una grande coperta pronta ad avvolgerti senza farti sentire freddo; le stelle brillavano in mezzo a qualche fine velatura grigio perlacea; per strada non c’era nessuno. Passavamo in auto nelle vie deserte, incrociando solo di rado qualche altra macchina guidata, come la nostra, da altri turisti. Nelle case, alcune finestre erano illuminate, con luci tenui, ma sembravano vuote, come un immenso luna park disabitato.
Ripensavo a qualche ora prima, mentre avevamo fatto un giro in centro, per attendere che la fatica della lunga escursione montana della giornata avesse ancor più la meglio sul nostro appetito. La pulizia e l’ordine dell’ambiente circostante faceva da specchio al carattere nordico del paesaggio. La piazza centrale, con la fontana ed il monumento a Mahler, non è che una perfetta circonferenza posta in mezzo al paese, contornata da costruzioni di chiaro stile austro-ungarico. Compresa la chiesa, con la sua facciata liscia dipinta di bianco e di un verde chiaro come quello di un prato appena spuntato in primavera. I supermercati, di marche presenti anche da noi, si sono adattati all’austerità del luogo, modificando in parte il loro logo. Perfino la rastrelliera per le biciclette all’angolo tra la sua facciata ed un vecchio hotel, pur nella sua modernità di arredo urbano, sembra uscita dal secolo scorso. I negozi chiusi già prima dell’ora di cena, alle sette. Al ristorante, se si arriva dopo le venti, si rischia di non essere più accettati. Qui tutti vanno a mangiare presto, prima che il sole sia calato del tutto oltre il profilo acuto dei monti circostanti. Anche un piccola mandria di vitelli che attraversa la strada in pieno paese, dimostra la natura tuttora agreste del luogo e si sposa con le impronte lasciate dai cavalli sui percorsi pedonali.
Perché nessuno esce stasera? Si può capire che questa sia un’abitudine necessaria, quando la stagione è gelida, o innevata come per gran parte dell’anno, ma una sera di fine estate così dolce e invitante sembra fatta apposta per una passeggiata e non soltanto così esclusiva da accogliere solo noi, personaggi insoliti e stranieri per questi luoghi.
Forse questa atmosfera non è poi così diversa da quella di certe nostre sere toscane, in cui cediamo il passo alla stanchezza delle occupazioni quotidiane e non siamo altrettanto pronti a sentire il richiamo di un’atmosfera così rilassante.   

Dobbiaco, 24 settembre 2011